Cooperativa Sociale La Chioccia

Testimonianza n. 1:Ciao vi scrivo per segnalare il padrone di merda cooperativa sociale “La Chioccia” con sede a Bologna. Si tratta di una cooperativa che eroga servizi di cura alla persona, io lavoravo per loro fornendo servizi di assistenza per anziani. Come altre lavoratrici mi sono sempre interfacciata con una delle padrone di merda della cooperativa che si presentava a tutti gli effetti come la capa: si chiama Cinzia Cariati, una persona falsa e che inganna le lavoratrici. Dico questo perché ho lavorato un mese e mezzo da loro, ma già avevo capito che qualcosa non andava visto che per un mese e mezzo di lavoro mi hanno fatto firmare tre contratti. Uno di collaborazione per due settimane di agosto e per le altre quattro settimane di settembre abbiamo stipulato prima un contratto a tempo indeterminato, poi invece un contratto di un anno. Io ho firmato il contratto e mi hanno pagato le settimane lavorate, ma dovrò fare il conto di quello che manca. Infatti, io facevo 24 h su 24 e comunque per quattro settimane arrivavo a stento a 800 euro al mese per un lavoro sfiancante. Inoltre per ottobre e novembre non mi hanno mai pagato i giorni di malattia che mi sono dovuta prendere per motivi personali di salute. Conosco anche un’altra lavoratrice che è stata trattata di merda dalla cooperativa e vi scrivo perché voglio dimostrare a tutti che la cooperativa sociale “La Chioccia” non è affidabile, è fatta di truffatori e bugiardi, specialmente la capa di cui sopra. Inoltre rivoglio indietro tutti i soldi che mi spettano per quello che ho lavorato.

Testimonianza n. 2:Ciao! Vi scrivo anche io per segnalare la Cooperativa sociale “La Chioccia” e la sua padrona di merda Cinzia Cariati. Posso molto semplicemente confermare tutto quanto avete già denunciato. Anche io ho lavorato per loro come assistente per anziani, e anche io sto faticando a riavere quello che mi spetta, dopo essere stata trattata senza alcun rispetto, a volte con vere e proprie offese. Appena arrivata mi è stato fatto firmare un contratto finto, che ho scoperto tempo dopo non risultare all’INPS. Di conseguenza non mi sono stati versati i contributi, e quando ho dovuto prendermi quasi un mese di malattia perché sospetta di aver preso il coronavirus la capa ha semplicemente trovato una sostituta e quei giorni non mi sono mai stati pagati. Ma anche tralasciando malattia e contributi, dovrò fare il conto di quante ore non mi sono ancora state pagate, e capite bene che con un contratto finto diventa ancora più difficile. Per fortuna che adesso tutti sanno che posto è, forse avrò qualche speranza in più di riavere i soldi che mi spettano, perché mi spettano e li rivoglio dal primo all’ultimo.

Agroalimentare Estense Srl

Testimonianza n. 1:Ciao. Ho deciso finalmente di scrivere anche a voi, sperando che possiate leggere le mie parole e la storia della mia collaborazione con un’Azienda da segnalare in ogni possibile modo: Agroalimentare Estense srl. Ho cominciato a lavorare per l’azienda Agroalimentare Estense ed il suo Titolare, Sig. Tiziano Pola, che si autodefinisce tutto contento, un “contadino prestato all’imprenditoria”, quando invece si tratta soltanto di braccia sottratte all’agricoltura. Vengo contattata perché’ il mio CV è nel database dell’Agenzia per il Lavoro della Provincia di Ferrara. Sostengo i primi colloqui e sono subito molto ottimista: sembra proprio il lavoro che stavo aspettando, con un ottimo stipendio. Non ero per nulla rimasta insospettita dal fatto che il titolare dell’Azienda mi avesse fatto dei colloqui di prova in un bar, davanti ad un caffè seduti all’aperto. O tramite Skype. Avevo pensato che fosse normale, data l’anomalia del periodo legata alla pandemia. Mi sono buttata a capofitto in questa nuova avventura, con la voglia e l’entusiasmo di dimostrare che non solo meritavo quell’opportunità, ero determinata nel dimostrare che ero la persona giusta per ricoprire quel ruolo. Insomma, ero presissima: la mia giornata lavorativa iniziava alle sette e mezza e non aveva mai una fine definita. Ci sono stati dei giorni in cui ho continuato a ricevere telefonate dal mio capo anche mentre cenavo. Mi parlava di continuo di quello che avremmo dovuto fare il giorno seguente e quello dopo ancora. Ho mandato delle email anche alle tre di mattina. Presa dall’entusiasmo del nuovo lavoro e dalla gratificazione che ricevevo grazie al mio impegno, proponevo iniziative, richieste di finanziamento per acquisto di nuovi materiali e servizi. Propongo la partecipazione ad un bando per il finanziamento di agevolazioni per l’acquisto di beni per l’agevolazione dello Smart Working dei dipendenti in periodo di Covid. Dopo la preparazione di tutta la documentazione necessaria, il coinvolgimento di un consulente (costretto a lavorare anche di domenica e, ovviamente non pagato), vengo a sapere della rinuncia a partecipare al bando. Viene accampata la scusa dell’assenza per vacanza del Commercialista Aziendale che avrebbe dovuto fornire la firma digitale necessaria per finalizzare la domanda. Ovviamente, resto perplessa, ma vado avanti. Nelle settimane successive, vengo sorpresa dal comportamento di alcuni dipendenti: una arrivata prima di me ed altri due subito dopo. Uno dopo l’altro decidono di dare le dimissioni. Resto meravigliata e chiedo discretamente il motivo. Mi spiegano che il Titolare non paga fornitori e dipendenti e che ha una tendenza patologica a reiterare lo stesso schema di comportamento. Ed una pessima fama che lo precede, anche oltre confine Nella mia infinita ingenuità e buona fede, penso che si tratti di un tentativo di mettere in cattiva luce il mio datore di lavoro. Vengo inizialmente blandamente avvertita. Poi gli avvertimenti si fanno sempre più chiari e palesi. Restiamo in due, rispetto ai cinque dipendenti iniziali. La mia collega mi fa presente quotidianamente le sue perplessità. Cerco di convincerla a non cadere nella trappola: per me sono chiacchiere senza una prova tangibile e resto, convinta di essere dalla parte della ragione. Intanto a poco a poco le persone che mi sono intorno cominciano a farmi notare che sto lavorando troppo. Nel frattempo anche l’ultima collega rimasta insieme a me, abbandona l’Azienda, avvertendomi di non restare. Realizzo che i campanelli di allarme cominciano ad essere decisamente troppi e tutti provenienti da persone diverse che non hanno nulla in comune tra loro se non il vedermi molto coinvolta in qualcosa che inizialmente era promettente ma che piano piano sta cominciando a fare acqua da diverse crepe. Prima fra tutte il fatto che in più di tre mesi, nonostante gli impegni, le nottate, le telefonate in ogni paese del mondo a tutte le ore del giorno e della notte, non era stato possibile raggiungere nessun risultato. Mi viene fatto notare dai miei ex colleghi che non è un caso e vengo avvertita a prestare molta attenzione e di saltare fuori dalla barca prima di farmi molto male. Arriva l’inizio di quella che non sapevo sarebbe stata la mia ultima settimana di lavoro. Inizio come ogni altra volta, con la differenza che sono sola e non ho più colleghi né aiuto o supporto da nessuno. Mi ritrovo a fare il mio lavoro ed il lavoro di chi era andato via. Comincio timidamente a chiedere quando mi verrà corrisposto lo stipendio. Mi viene detto che in un paio di giorni avrei ricevuto un bonifico per retribuire in una volta i tre mesi di lavoro del periodo di prova. Ci credo, ma comincio a nutrire sfiducia anche io. Faccio passare un paio di giorni. Non avendo visto nulla sul conto corrente, torno all’attacco e chiedo una seconda volta. Mi viene detto che lo Studio che si occupa di Consulenza del Lavoro e delle buste paga ha sbagliato il mio Codice IBAN per il Bonifico. Prendo la scusa per buona. Dopo ancora un giorno, niente: il mio stipendio non è ancora stato versato. Poi arriva il giovedì. Lavoro tantissimo come tutti gli altri giorni. Arrivo alla sera stanca ma contenta di aver fatto tutto quello che avevo programmato di fare. Nonostante tutto, dopo una chiacchierata con un’amica, realizzo che in effetti, si, c’è qualcosa di strano. Non chiudo occhio tutta la notte. Penso a quello che avrei fatto la mattina dopo, il venerdì. In teoria l’ultimo giorno lavorativo della settimana. In teoria, perché’ in pratica ho sempre lavorato: di sabato, di domenica e senza mettere ostacoli, sempre pensando che sarebbe stato un investimento per il mio sviluppo futuro. Fatto sta che non riesco a dormire neanche un minuto. Continuo a ripetere nella mia testa quello che avrei detto al mio capo il mattino dopo. Avevo deciso che non avrei più concesso deroghe. Che in effetti qualcosa proprio non tornava: come era possibile non aver ricevuto un Euro di stipendio a fronte di un impegno medio giornaliero di 18 ore di lavoro, risultati, contatti promettenti, ordini in sospeso in attesa di una conferma finale. Insomma, ero più che convinta di aver lavorato e meritato i soldi che mi spettavano. E, soprattutto, non ritenevo giusto o giustificato, piuttosto pensavo fosse assolutamente umiliante ed immorale, costringere un dipendente ad elemosinare quanto gli spetta di diritto, e (anzi) di più avendo lavorato decisamente più del dovuto. Inizia la giornata con la telefonata di coordinamento abituale. Decido di lasciar parlare senza interrompere. Mi viene anticipato quanto da fare nel corso del giorno, ma anche il giorno successivo (sabato) e quello dopo ancora (domenica). Mi comporto inizialmente in modo normale, facendolo parlare senza interrompere. Poi, aspettando il momento più opportuno gli rivolgo questa domanda: “Le chiederei cortesemente di dirmi una ragione, o più di una nel caso ne avesse avute, ma me ne basterebbe una soltanto (se la ha), per cui non aveva versato lo stipendio come preannunciato nei giorni scorsi”. Mi sarei accontentata di ascoltare soltanto una motivazione. Ma, ovviamente, non ho ricevuto la risposta che mi aspettavo. Mi viene detto che per poter avere quanto mi spettava avrei dovuto realizzare gli obiettivi per il raggiungimento di un fatturato sufficiente a pagare il mio ed il suo stipendio. Faccio presente, quindi, che l’obiettivo principale del mio lavoro è metterlo in condizioni di lavorare nel migliore dei modi e che, a quanto scritto nel mio Foglio Presenze (che ero obbligata a compilare dettagliatamente giorno per giorno, circostanziando ogni singola ora dedicata ad ogni specifica attività), che il mio lavoro non è un lavoro da Assistente Commerciale, che lavora con Partita IVA ed a provvigione e quindi non è soggetto a vincoli di profitto. A quel punto, si rivolge a me dicendo che anche io, come tutti gli altri prima di me sono una grande delusione, che penso soltanto ai soldi, alla busta paga e non tengo conto di quanto l’Azienda ha fatto per me nel corso dei mesi. A quel punto, ho finalmente capito anche io di essere stata vittima di un vero e proprio raggiro. Non soltanto l’Azienda non aveva fatto nulla per me fino allora, ma che avevo sprecato tanto tempo, energie, dedizione, impegno, volontà ed avevo sacrificato la mia famiglia. Mi viene attaccato il telefono con la promessa, finta, ovviamente, che avrei avuto i miei soldi due giorni dopo. Cosa non avvenuta. Da allora, insieme alle due mie ex colleghe, abbiamo cercato di contattare tutti i dipendenti che, prima di noi, avevano lavorato per la stessa Azienda e subito lo stesso trattamento. Con triste sorpresa abbiamo scoperto che eravamo in tanti. Cerchiamo di parlare tutti insieme, ma nessuno di noi riesce a trovare una soluzione per rintracciare il Soggetto e parlare con lui per capire le ragioni di un tale inaccettabile comportamento. Contattiamo l’Ispettorato del Lavoro della Provincia di riferimento e presento una segnalazione. Ad oggi, nessuna risposta. I Sindacati sono assolutamente impotenti o rimandano alla consultazione di un Avvocato, il quale, a sua volta, dirotta le domande ad un Consulente del Lavoro per poter ottenere la simulazione della presunta Busta Paga. Non posso permettermi un avvocato perché’ non posso neanche permettermi di mettere benzina alla macchina. Non mi ha pagato né stipendio né contributi, quindi non ho diritto alla NASPI. Sono disperata e non so cosa fare. Altre persone, come me sono state raggirate ed altre stanno per esserlo ancora. E poi, dopo di loro, ancora altre. A meno che, con il vostro aiuto, non si riesca a farlo uscire allo scoperto. Grazie, siete un gruppo fantastico e bisognerebbe riconoscere ufficialmente il vostro enorme sforzo quotidiano per aiutare le persone nelle condizioni in cui mi trovo io ora.

R&M Group

Testimonianza n. 1:L’azienda si chiama R&M group e il padrone si chiama Fuki Hu, si tratta di un’azienda che commercia bibite dove ho lavorato per 3 anni. Era tutto una truffa, apriva e chiudeva aziende con presta nome per non pagare le tasse: prima eravamo a Medicina con il nome MONDO IMBALLAGGIO poi ci siamo trasferiti in via Candidi 8 a Calderara dove ha aperto R&M TRADE GROUP, intestata a un presta nome. Dopo un paio di mesi il presta nome ha iniziato a chiedere più soldi, quindi lui si è intestato l’azienda a nome suo e ha iniziato a non pagare, proprio non avevo né ferie né malattie.. Sono stato anche in ospedale. Dato che noi scaricavamo nelle cantine mi aveva dato 20 giorni a casa, ma io sono stato solo 5 giorni perché non mi pagava e non potevo permettermi di stare a casa… Alla fine però non c’è l’ho più fatta perché tutte le volte che gli chiedevo la busta paga mi diceva sempre lunedì e i giorni passavano e il contratto non arrivava.. Allora mi sono messo in contatto con un avvocato e abbiamo cercato il confronto, lui si è presentato dicendo che era disposto a mettere tutto in regola, a farmi il contratto e a pareggiare le cose vecchie.. Ma dopo altri due mesi l’avvocato non lo sentiva più e si negava al telefono, quindi abbiamo deciso di interrompere il rapporto… Dai conteggi si parla di quasi 40 mila euro di spettanze nei miei confronti tra TFR, stipendi arretrati e contributi. Io i soldi non li recupero ormai l’ho capito, però mi da fastidio che lui continua a lavorare come se nulla fosse. Per di più dopo che io non mi sono presentato più a lavorare lui ha fatto partire un contratto falso ma io non lavoravo neanche più lì e risultavo ancora assunto da lui.. Eravamo in due gli operai in nero a lavorare più sua moglie (sempre in nero).