TESTIMONIANZE SU MOLESTIE AL BAR PICCOLO

Ecco le tante testimonianze arrivate alla nostra pagina sulla situazione lavorativa al bar “Piccolo e Sublime” di Piazza Verdi, tutte ragazze molestate e sfruttate dal PDM Gianluca Pascucci, barista e psicologo di Bologna, che recentemente ha anche lasciato un annuncio per ricerca di personale in cui si richiede: “serietà, bella presenza, simpatia, cordialità, eleganza, resilienza”.

A. scrive: “Ho lavorato al bar piccolo e sublime per qualche mese 7 anni fa, appena arrivata a Bologna. La situazione era, secondo me, meno grave di quello che ho letto dalle terribili testimonianze raccolte relative a tempi più recenti, io ho avuto infatti per tutto il tempo il contratto e mi sono state pagate tutte le ore di lavoro regolarmente (tranne pochissime ore pagate a nero l’ultimo mese) tramite assegno. Ho subito intuito però che il proprietario del bar fosse poco professionale (per essere gentili). Il colloquio come barista si è svolto in macchina, mentre andavamo a fare la spesa all’ingrosso per il bar. Ancora mi sorprendo di come sia potuta salirci, ma le altre ragazze del bar mi avevano tranquillizzato e in fin dei conti avevo solo 20 anni. Le domande sono state tutto fuorchè sul lavoro che dovevo fare. Mi ha chiesto cosa pensassi della famiglia, che rapporto avessi con i miei genitori, se volessi dei figli e se fossi credente. Lui è molto religioso. Come motivazione mi ha detto che per lui era importante capire a che tipo di persone lasciasse il bar in sua assenza e che con queste domande lui riusciva a “inquadrare” le dipendenti, dato che stava, allora, ancora studiando per diventare psicologo. Fui presa però “per le mie gambe”, come mi disse qualche tempo dopo. Una delle cose che mi rimase impressa è che instaurava dei rapporti molto intimi con la maggiorparte dei dipendenti, molto più intimi del rapporto datore di lavoro – dipendente. Per fortuna io lo incrociai pochissimo al bar, quindi non posso riferire di particolari incontri ravvicinati, ma ricordo benissimo l’inesistente preavviso che dava per andare a lavoro. Una volta mi chiamò alle 12:15 per presentarmi lì per il turno delle 12:00 dello stesso giorno. E la notte prima avevo anche fatto chiusura alle 5:00 di mattina. Per completezza, devo riferire quello che ho letto anche in altre testimonianze, ossia che c’erano due o tre ragazze di sua fiducia, più grandi di me, che mi resero l’ambiente di lavoro ancora peggiore. Una volta provai a lamentarmi delle battute che faceva e una di loro mi rispose “tranquilla, fa così con tutte, se non hai sentito il cazzo di Gianluca dietro il culo non puoi dire di aver lavorato qui”. Ripeto ero una ragazzina e loro erano praticamente adulte, e mi incoraggiavano sempre a “non rispondere mai di no quando ti chiama per i turni, anche se ti chiama all’ultimo momento, perchè altrimenti non ti chiama più”. Provai spesso la sensazione di essere in una vera e propria setta, con tutte le sue gerarchie. Sono ben contenta di non mettere più piede in quel posto da allora.”

B. scrive: “Ciao riporto anche io una testimonianza sul “Piccolo e Sublime”, resilienza il pdm la intende nel senso che ti chiama mezz’ora prima del turno, anche di sabato e domenica, e che il turno in questione potrebbe durare 12 ore…

La cosa peggiore per quanto mi riguarda è stato il fatto dei turni lavorativi lunghissimi e comunicati all’ultimo momento. Per quanto riguarda le molestie si è limitato a un paio di frasi oscene (una volta d’avanti a un cliente si è riferito a me chiamandomi “la fica Pugliese”, e alla sua stessa figlia lì presente chiamandola “la fica emiliana”), più volte invece gli ho sentito dire frasi razziste (soprattutto contro meridionali). Una volta ha provato a cingermi il fianco ma mi sono divincolata, spesso mi chiedeva di preparare due cocktail “uno per me e uno per te”. La cosa che però mi faceva più schifo era sentir parlare male degli altri dipendenti: scendeva nel personale, raccontando loro cose personali, li insultava. E, ma questo non c’entra niente con lui come pdm, soprattutto venivo vessata dalle sue odalische: due o tre ragazze che gli leccavano il culo sol perché le teneva a tempo determinato. Una di queste è arrivata a umiliarmi ben peggio di lui.

Sono riuscita a resistere un paio di mesi.”

C. scrive: “Sono una studentessa universitaria ed ho iniziato a lavorare al bar perché avevo bisogno di soldi per potermi mantenere durante gli studi qui all’Università. Da subito mi sono resa conto di che aria tirava. Non solo il proprietario non era chiaro quando ci presentava i contratti, ma il lavoro era deprimente ed io ero anche costretta a sorbirmi la presenza del viscido capo, che sinceramente mi metteva a disagio con le sue battute e altro…

Dopo un paio di mesi, non sopportando più l’ambiente ho deciso di andarmene per cercare un altro lavoro (di merda). Dico questo perché anche se io me ne sono andata, lui sta sempre lì a continua a rendere difficile la vita alla gente che assume.”

D. scrive: “Ho lavorato al bar piccolo è sublime per circa due mesi , i mesi più brutti della mia vita , Dio da quanto volevo dire a voce alta quello che vi è uscito dal megafono! GRAZIE!!!!

In quel periodo non stavo bene avevo iniziato a soffrire di ansia e attacchi di panico , il Padrone( da bravo psicologo, si perché fa lo psicologo nella vita) mi disse “devi scopare di più “ …inutile dire le performance che ci raccontava la mattina quando arrivava al lavoro o il “mettiti le gonne corte per venire al lavoro.”

E. scrive: “Anni fa una mia amica lavorava al Piccolo. Ero a Bologna da poco e all’epoca il posto era un punto di ritrovo. Per questo motivo andavo spesso a fare aperitivo, così da salutare la mia amica. Dopo un periodo di frequentazione assidua evidentemente il proprietario deve aver ritenuto di essere nella posizione di poter dire qualsiasi cosa. Una sera entrando chiedo al proprietario di usare la toilette e lui mi risponde “Una cavalla come te può andare dove vuole”. Se si è sentito legittimato ad apostrofare così una cliente non oso immaginare le dipendenti.

Dopo aver convinto la mia amica a licenziarsi da anni ho intrapreso una mia silenziosa e personale campagna di boicottaggio e credo sia assolutamente giusto che finalmente la cosa sia diventata visibile.”

F. scrive: “Come tante ragazze che hanno già scritto, ho lavorato al Piccolo e Sublime per qualche mese, scappando a gambe levate appena ne ho avuto l’occasione. Sono stati mesi difficili e ogni giorno, sul posto di lavoro, pensavo a quando finalmente avrei potuto andarmene. Avevo un contratto a chiamata nonostante avessi giorni fissi e in busta mi arrivava circa 1/5 delle ore totali, il resto al nero. Posso comunque ritenermi più fortunata di alcune mie colleghe, che sapevano di giorno in giorno se avrebbero lavorato il giorno seguente, a volte lavorando anche per 10 giorni consecutivi. Ovviamente nessuna maggiorazione per il lavoro domenicale e festivo, e la paga ammontava a 6 miseri euro l’ora. Ma oltre a queste questioni strettamente legate all’architettura del lavoro, ricordo il disagio che portava la presenza del titolare nel locale. Commenti espliciti anche di fronte ai figli (“Che bel culo che hai!”), baci poco discreti sul collo e ogni volta che stavo al bancone il capo mi passava accanto strusciandosi. Un comportamento simile era riservato anche alle clienti e ad alcune amiche che venivano a salutarmi mentre ero in turno, nel mio grandissimo imbarazzo. Alle ragazze e ai ragazzi che tutt’ora ci stanno lavorando voglio solo augurare il meglio, si trovare un posto che possa valorizzarli e che si che è difficile reagire quando ci si trova in situazioni di subalternità. Il Padrone di Merda ci sta dando una grandissima opportunità e forse è il momento giusto per farci sentire. Grazie!”

G. scrive: “Ho letto le testimonianze delle ragazze che, come me, hanno lavorato al Bar Piccolo e Sublime e ho pensato che fossero anche fin troppo discrete, così ho deciso di raccontarvi anche la mia esperienza. Ho lavorato in quel bar per circa due mesi, il primo di questi completamente in nero, per poi avere un contratto a chiamata, comunque non in regola, visto che sono sempre stata pagata in nero senza uno straccio di busta, il tutto retribuito 6 miseri euro l’ora. Questa è solo una piccola premessa, il motivo per cui mi sono veramente sentita a disagio in quell’ambiente erano i comportamenti del titolare, quando arrivava al bar diventava il momento peggiore di tutta la giornata: continue battutine e commenti sessuali, e per essere più precisa vi elencherò ciò che mi è rimasto impresso. Mi diceva in continuo che mi avrebbe voluta “scopare”, che quando mi vedeva non riusciva a trattenersi, che secondo lui ero la più “porca” delle sue dipendenti, che secondo lui avevo “una graziosa passerina”, che secondo lui non avevo mai provato “un arnese di ferro come il suo”. Ogni volta che mi passava alle spalle mi sfiorava il sedere con le sue sudice mani, quando ero distratta coglieva l’occasione per baciarmi il collo. Due mesi terribili, in cui ho sognato più di una volta di essere violentata da lui. Nessuno dovrebbe lavorare in un ambiente del genere, e nessuno dovrebbe più frequentarlo”

H. scrive: “Ho lavorato al bar per qualche mese; finché non c’era il padrone tutto bene colleghi adorabili, ragazzi/e che volevano farsi due soldi come me; ma appena arrivava in pista lui era un tripudio di commenti/versi beceri (una volta ABBAIÒ sotto la gonna di una ragazza), baci sul collo bavosi, riferimenti sessuali espliciti a chiunque fosse del sesso opposto nel bar (praticamente a ogni ragazza presente e, rullo di tamburi, a volte anche strette di palle a ragazzi, della serie più ce n’è meglio è). Il contratto era a chiamata ma la paga era mezza in nero mezza in assegno, il problema era che la chiamata poteva essere un giorno prima, qualche ora o addirittura fino a mezz’ora prima dell’ora di attacco. Una volta deciso di non lavorarci più, la paga dei miei ultimi due mesi tardava ad arrivare, addirittura mi diceva orari in cui venire al bar e poi non si presentava (2 o 3 volte di seguito); ulteriore beffa il fatto che tutti mi dicessero “ma lui è così dai non la devi prendere sul personale” “eh ma è il suo modo”… Beh, che dire, un modo di merda. Fine della storia mi presentai 2 ore prima dell’orario stabilito lo beccai e fu “costretto” a saldare tutto”

I. scrive: “Un pomeriggio ero andata al bar con una mia amica, era un periodo devastante a causa di problematiche famigliari estremamente serie. Lui ascoltò i nostri discorsi e subito mi disse che era uno psicologo esperto di neuroscienze (avendo capito anche il mio interesse verso questo campo). Mi lasciò il suo bigliettino. Io 19 anni, ingenua, fragile lo chiamai dopo una settimana proprio perché volevo iniziare terapia. È iniziata la terapia con lui e più che una terapia è stata una manipolazione, mi sono totalmente aperta e affidata a lui credendo che fosse un professionista e invece ho subìto abusi e manopolazioni. Parlavo delle mie cose e poi mi interrompeva e mi iniziava a parlare della sua vita, delle sue gesta gloriose che io sbagliavo a vedere le cose nel modo in cui gli dicevo e che dovevo essere come lui “Vedi come sto bene io? Riesco a gestire tutto nella mia vita, tu devi fare come me” mi diceva che dovevo recuperare il mio spirito selvaggio “Guarda come sei bella, non devi più stare male per certe cose…sei così bella hai questa energia sessuale così forte puoi travolgere chiunque” ma ancora più grave terribilmente in pena per la figura di mio padre lui mi disse “Ormai hai capito che tuo padre è così, non puoi farci niente ma una cosa è certa che esistono molti padri nella vita di ognuno e tu puoi trovare il tuo nuovo padre, il tuo nuovo sole” e lì mazzata. Mi abbracciava e mi teneva stretta al suo corpo come metodo di una tecnica psicoterapeutica a stampo bioenergetico, mi toccava la pancia per farmi respirare mentre mi diceva quanto ero bella e che dovevo solo rilassarmi e stare ad occhi chiusi. Mentre ero in terapia con lui mi scriveva messaggi con i cuori e mi offriva cibo e alcool al suo bar (professionalità psicologica 0, per non parlare che raramente mi faceva le ricevute) e mi diceva di cancellare sempre tutti i messaggi (Ora ho capito perché) Poco dopo iniziai a lavorare per lui mentre ancora facevo terapia… Lentamente scoprii molte cose su di lui e per me fu un dramma, mi resi conto di come trattava le lavoratrici ed io inizialmente ingenua lo difendevo anche perché non riuscivo a crederci. La qualità dei prodotti pessima (polpettine di manzo gourmet tutt’altro che quelle… Per non parlare degli alcolici) Poi mi sono resa conto degli shot lanciati nelle tette, della pacche nel culo alle dipendenti, mi abbracciava e mi baciava sul collo dicendomi che ero “la migliore di tutte” alla fine quando gli dissi che non avrei continuato a lavorare per lui…lui mi disse: Peccato la tua immagine sarebbe stata molto significativa all’interno del mio locale (e così si è conclusa il rapporto anche il rapporto terapeutico). Sono stata malissimo, ho avuto problemi di abuso da sostante e crisi psicotiche, è passato tempo, ho iniziato un percorso terapeutico con una professionista bravissima e adesso è tempo di provare quanto meno tutte insieme ad unirsi per far sì che sempre meno ragazze e donne e anche ragazzi debbano subire tutto ciò.”

Cooperativa Sociale La Chioccia

Testimonianza n. 1:Ciao vi scrivo per segnalare il padrone di merda cooperativa sociale “La Chioccia” con sede a Bologna. Si tratta di una cooperativa che eroga servizi di cura alla persona, io lavoravo per loro fornendo servizi di assistenza per anziani. Come altre lavoratrici mi sono sempre interfacciata con una delle padrone di merda della cooperativa che si presentava a tutti gli effetti come la capa: si chiama Cinzia Cariati, una persona falsa e che inganna le lavoratrici. Dico questo perché ho lavorato un mese e mezzo da loro, ma già avevo capito che qualcosa non andava visto che per un mese e mezzo di lavoro mi hanno fatto firmare tre contratti. Uno di collaborazione per due settimane di agosto e per le altre quattro settimane di settembre abbiamo stipulato prima un contratto a tempo indeterminato, poi invece un contratto di un anno. Io ho firmato il contratto e mi hanno pagato le settimane lavorate, ma dovrò fare il conto di quello che manca. Infatti, io facevo 24 h su 24 e comunque per quattro settimane arrivavo a stento a 800 euro al mese per un lavoro sfiancante. Inoltre per ottobre e novembre non mi hanno mai pagato i giorni di malattia che mi sono dovuta prendere per motivi personali di salute. Conosco anche un’altra lavoratrice che è stata trattata di merda dalla cooperativa e vi scrivo perché voglio dimostrare a tutti che la cooperativa sociale “La Chioccia” non è affidabile, è fatta di truffatori e bugiardi, specialmente la capa di cui sopra. Inoltre rivoglio indietro tutti i soldi che mi spettano per quello che ho lavorato.

Testimonianza n. 2:Ciao! Vi scrivo anche io per segnalare la Cooperativa sociale “La Chioccia” e la sua padrona di merda Cinzia Cariati. Posso molto semplicemente confermare tutto quanto avete già denunciato. Anche io ho lavorato per loro come assistente per anziani, e anche io sto faticando a riavere quello che mi spetta, dopo essere stata trattata senza alcun rispetto, a volte con vere e proprie offese. Appena arrivata mi è stato fatto firmare un contratto finto, che ho scoperto tempo dopo non risultare all’INPS. Di conseguenza non mi sono stati versati i contributi, e quando ho dovuto prendermi quasi un mese di malattia perché sospetta di aver preso il coronavirus la capa ha semplicemente trovato una sostituta e quei giorni non mi sono mai stati pagati. Ma anche tralasciando malattia e contributi, dovrò fare il conto di quante ore non mi sono ancora state pagate, e capite bene che con un contratto finto diventa ancora più difficile. Per fortuna che adesso tutti sanno che posto è, forse avrò qualche speranza in più di riavere i soldi che mi spettano, perché mi spettano e li rivoglio dal primo all’ultimo.

Agroalimentare Estense Srl

Testimonianza n. 1:Ciao. Ho deciso finalmente di scrivere anche a voi, sperando che possiate leggere le mie parole e la storia della mia collaborazione con un’Azienda da segnalare in ogni possibile modo: Agroalimentare Estense srl. Ho cominciato a lavorare per l’azienda Agroalimentare Estense ed il suo Titolare, Sig. Tiziano Pola, che si autodefinisce tutto contento, un “contadino prestato all’imprenditoria”, quando invece si tratta soltanto di braccia sottratte all’agricoltura. Vengo contattata perché’ il mio CV è nel database dell’Agenzia per il Lavoro della Provincia di Ferrara. Sostengo i primi colloqui e sono subito molto ottimista: sembra proprio il lavoro che stavo aspettando, con un ottimo stipendio. Non ero per nulla rimasta insospettita dal fatto che il titolare dell’Azienda mi avesse fatto dei colloqui di prova in un bar, davanti ad un caffè seduti all’aperto. O tramite Skype. Avevo pensato che fosse normale, data l’anomalia del periodo legata alla pandemia. Mi sono buttata a capofitto in questa nuova avventura, con la voglia e l’entusiasmo di dimostrare che non solo meritavo quell’opportunità, ero determinata nel dimostrare che ero la persona giusta per ricoprire quel ruolo. Insomma, ero presissima: la mia giornata lavorativa iniziava alle sette e mezza e non aveva mai una fine definita. Ci sono stati dei giorni in cui ho continuato a ricevere telefonate dal mio capo anche mentre cenavo. Mi parlava di continuo di quello che avremmo dovuto fare il giorno seguente e quello dopo ancora. Ho mandato delle email anche alle tre di mattina. Presa dall’entusiasmo del nuovo lavoro e dalla gratificazione che ricevevo grazie al mio impegno, proponevo iniziative, richieste di finanziamento per acquisto di nuovi materiali e servizi. Propongo la partecipazione ad un bando per il finanziamento di agevolazioni per l’acquisto di beni per l’agevolazione dello Smart Working dei dipendenti in periodo di Covid. Dopo la preparazione di tutta la documentazione necessaria, il coinvolgimento di un consulente (costretto a lavorare anche di domenica e, ovviamente non pagato), vengo a sapere della rinuncia a partecipare al bando. Viene accampata la scusa dell’assenza per vacanza del Commercialista Aziendale che avrebbe dovuto fornire la firma digitale necessaria per finalizzare la domanda. Ovviamente, resto perplessa, ma vado avanti. Nelle settimane successive, vengo sorpresa dal comportamento di alcuni dipendenti: una arrivata prima di me ed altri due subito dopo. Uno dopo l’altro decidono di dare le dimissioni. Resto meravigliata e chiedo discretamente il motivo. Mi spiegano che il Titolare non paga fornitori e dipendenti e che ha una tendenza patologica a reiterare lo stesso schema di comportamento. Ed una pessima fama che lo precede, anche oltre confine Nella mia infinita ingenuità e buona fede, penso che si tratti di un tentativo di mettere in cattiva luce il mio datore di lavoro. Vengo inizialmente blandamente avvertita. Poi gli avvertimenti si fanno sempre più chiari e palesi. Restiamo in due, rispetto ai cinque dipendenti iniziali. La mia collega mi fa presente quotidianamente le sue perplessità. Cerco di convincerla a non cadere nella trappola: per me sono chiacchiere senza una prova tangibile e resto, convinta di essere dalla parte della ragione. Intanto a poco a poco le persone che mi sono intorno cominciano a farmi notare che sto lavorando troppo. Nel frattempo anche l’ultima collega rimasta insieme a me, abbandona l’Azienda, avvertendomi di non restare. Realizzo che i campanelli di allarme cominciano ad essere decisamente troppi e tutti provenienti da persone diverse che non hanno nulla in comune tra loro se non il vedermi molto coinvolta in qualcosa che inizialmente era promettente ma che piano piano sta cominciando a fare acqua da diverse crepe. Prima fra tutte il fatto che in più di tre mesi, nonostante gli impegni, le nottate, le telefonate in ogni paese del mondo a tutte le ore del giorno e della notte, non era stato possibile raggiungere nessun risultato. Mi viene fatto notare dai miei ex colleghi che non è un caso e vengo avvertita a prestare molta attenzione e di saltare fuori dalla barca prima di farmi molto male. Arriva l’inizio di quella che non sapevo sarebbe stata la mia ultima settimana di lavoro. Inizio come ogni altra volta, con la differenza che sono sola e non ho più colleghi né aiuto o supporto da nessuno. Mi ritrovo a fare il mio lavoro ed il lavoro di chi era andato via. Comincio timidamente a chiedere quando mi verrà corrisposto lo stipendio. Mi viene detto che in un paio di giorni avrei ricevuto un bonifico per retribuire in una volta i tre mesi di lavoro del periodo di prova. Ci credo, ma comincio a nutrire sfiducia anche io. Faccio passare un paio di giorni. Non avendo visto nulla sul conto corrente, torno all’attacco e chiedo una seconda volta. Mi viene detto che lo Studio che si occupa di Consulenza del Lavoro e delle buste paga ha sbagliato il mio Codice IBAN per il Bonifico. Prendo la scusa per buona. Dopo ancora un giorno, niente: il mio stipendio non è ancora stato versato. Poi arriva il giovedì. Lavoro tantissimo come tutti gli altri giorni. Arrivo alla sera stanca ma contenta di aver fatto tutto quello che avevo programmato di fare. Nonostante tutto, dopo una chiacchierata con un’amica, realizzo che in effetti, si, c’è qualcosa di strano. Non chiudo occhio tutta la notte. Penso a quello che avrei fatto la mattina dopo, il venerdì. In teoria l’ultimo giorno lavorativo della settimana. In teoria, perché’ in pratica ho sempre lavorato: di sabato, di domenica e senza mettere ostacoli, sempre pensando che sarebbe stato un investimento per il mio sviluppo futuro. Fatto sta che non riesco a dormire neanche un minuto. Continuo a ripetere nella mia testa quello che avrei detto al mio capo il mattino dopo. Avevo deciso che non avrei più concesso deroghe. Che in effetti qualcosa proprio non tornava: come era possibile non aver ricevuto un Euro di stipendio a fronte di un impegno medio giornaliero di 18 ore di lavoro, risultati, contatti promettenti, ordini in sospeso in attesa di una conferma finale. Insomma, ero più che convinta di aver lavorato e meritato i soldi che mi spettavano. E, soprattutto, non ritenevo giusto o giustificato, piuttosto pensavo fosse assolutamente umiliante ed immorale, costringere un dipendente ad elemosinare quanto gli spetta di diritto, e (anzi) di più avendo lavorato decisamente più del dovuto. Inizia la giornata con la telefonata di coordinamento abituale. Decido di lasciar parlare senza interrompere. Mi viene anticipato quanto da fare nel corso del giorno, ma anche il giorno successivo (sabato) e quello dopo ancora (domenica). Mi comporto inizialmente in modo normale, facendolo parlare senza interrompere. Poi, aspettando il momento più opportuno gli rivolgo questa domanda: “Le chiederei cortesemente di dirmi una ragione, o più di una nel caso ne avesse avute, ma me ne basterebbe una soltanto (se la ha), per cui non aveva versato lo stipendio come preannunciato nei giorni scorsi”. Mi sarei accontentata di ascoltare soltanto una motivazione. Ma, ovviamente, non ho ricevuto la risposta che mi aspettavo. Mi viene detto che per poter avere quanto mi spettava avrei dovuto realizzare gli obiettivi per il raggiungimento di un fatturato sufficiente a pagare il mio ed il suo stipendio. Faccio presente, quindi, che l’obiettivo principale del mio lavoro è metterlo in condizioni di lavorare nel migliore dei modi e che, a quanto scritto nel mio Foglio Presenze (che ero obbligata a compilare dettagliatamente giorno per giorno, circostanziando ogni singola ora dedicata ad ogni specifica attività), che il mio lavoro non è un lavoro da Assistente Commerciale, che lavora con Partita IVA ed a provvigione e quindi non è soggetto a vincoli di profitto. A quel punto, si rivolge a me dicendo che anche io, come tutti gli altri prima di me sono una grande delusione, che penso soltanto ai soldi, alla busta paga e non tengo conto di quanto l’Azienda ha fatto per me nel corso dei mesi. A quel punto, ho finalmente capito anche io di essere stata vittima di un vero e proprio raggiro. Non soltanto l’Azienda non aveva fatto nulla per me fino allora, ma che avevo sprecato tanto tempo, energie, dedizione, impegno, volontà ed avevo sacrificato la mia famiglia. Mi viene attaccato il telefono con la promessa, finta, ovviamente, che avrei avuto i miei soldi due giorni dopo. Cosa non avvenuta. Da allora, insieme alle due mie ex colleghe, abbiamo cercato di contattare tutti i dipendenti che, prima di noi, avevano lavorato per la stessa Azienda e subito lo stesso trattamento. Con triste sorpresa abbiamo scoperto che eravamo in tanti. Cerchiamo di parlare tutti insieme, ma nessuno di noi riesce a trovare una soluzione per rintracciare il Soggetto e parlare con lui per capire le ragioni di un tale inaccettabile comportamento. Contattiamo l’Ispettorato del Lavoro della Provincia di riferimento e presento una segnalazione. Ad oggi, nessuna risposta. I Sindacati sono assolutamente impotenti o rimandano alla consultazione di un Avvocato, il quale, a sua volta, dirotta le domande ad un Consulente del Lavoro per poter ottenere la simulazione della presunta Busta Paga. Non posso permettermi un avvocato perché’ non posso neanche permettermi di mettere benzina alla macchina. Non mi ha pagato né stipendio né contributi, quindi non ho diritto alla NASPI. Sono disperata e non so cosa fare. Altre persone, come me sono state raggirate ed altre stanno per esserlo ancora. E poi, dopo di loro, ancora altre. A meno che, con il vostro aiuto, non si riesca a farlo uscire allo scoperto. Grazie, siete un gruppo fantastico e bisognerebbe riconoscere ufficialmente il vostro enorme sforzo quotidiano per aiutare le persone nelle condizioni in cui mi trovo io ora.